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“La pandemia ha contratto del 90% i profitti delle case di moda. E le ha costrette a ripensare il loro futuro.” (Fonte: Annual Report “The State of Fashion” McKinsey & Company e BoF). È da questo spunto che vogliamo partire a parlare di moda sostenibile.

Spesso purtroppo è il profitto che guida le rivoluzioni. Come in questo caso. Le case di moda hanno infatti visto crollare i loro profitti e si sono viste costrette a reinventarsi e puntare molto di più sulla qualità che sulla quantità.

Quando diciamo qualità intendiamo proprio il modo di concepire un capo d’abbigliamento. Per farlo hanno iniziato soprattutto ad ascoltare ed analizzare il comportamento dei loro consumatori, sempre più attenti e consapevoli.

Quando l’hanno fatto hanno scoperto che proprio i loro “affezionati” clienti si stavano iniziando a ribellare alle politiche del fast fashion e che la scelta di un capo rispetto all’altro non era solo più motivo di moda o convenienza, ma di sostenibilità.

Il fast fashion è un settore della moda che prevede di realizzare abiti di scarsa qualità a prezzi molto vantaggiosi con collezioni frequenti per far diventare i capi desueti e spingere il consumatore a continuare a comprare. Bello no? Vestiti nuovi sempre a prezzi bassissimi! Sì… fino a quando non iniziamo a interrogarci sull’eticità e sostenibilità del fenomeno, che non è in alcun modo sostenibile.

Ma che cosa intendiamo con moda sostenibile?

Moda e sostenibilità: significato

scritta buy less choose well make it last come definizione di moda sostenibile

Non si è mai parlato così tanto di sostenibilità nella moda come oggi, in Italia e nel resto del mondo.

La sostenibilità è entrata ormai a far parte del linguaggio di tutti i giorni. Non basta però più che le scelte sostenibili si limitino a usare poca o zero plastica, a non gettare rifiuti per terra o a fare bene la raccolta differenziata.

Ogni nostra azione deve diventare sostenibile, compreso ciò che tutte le mattine decidiamo di indossare.

La moda sostenibile si impegna a rispettare l’ambiente e le persone in tutte le sue fasi: dalla concezione di un nuovo capo, alla produzione, alla distribuzione e alla vendita.

Tradotto concretamente significa scegliere con cura le materie prime impiegate, i metodi di produzione meno inquinanti possibile, ottimizzare la distribuzione e stimolare i clienti ad un consumo consapevole. Ultimo ma non per ultimo la moda sostenibile garantisce una remunerazione equa e lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori.

Moda etica e sostenibile: differenze e particolarità

stabilimento produzione tessuti come esempio di moda poco etica

L’ecosostenibilità nella moda si è sviluppata così tanto da avere oggi importanti differenze al suo interno. Quando si parla di moda etica e sostenibile ci sono infatti tre grandi temi che vale la pena esplorare e differenziare: la moda ecologica e sostenibile, la moda ecologica e etica e la moda biologica. Vediamoli insieme. 

A. MODA ECOSOSTENIBILE O MODA ECO

La differenza tra moda sostenibile in generale e l’abbigliamento eco sostenibile è che quest’ultimo si concentra soprattutto sull’impatto ambientale nel pianeta. Come? Ad esempio utilizzando processi di produzione che limitino al più possibile il consumo di C02, che riducano l’utilizzo dell’acqua, che riducano l’energia impiegata ed eliminino le sostanze tossiche. Come sapete se ci leggete da un po’, noi in Sadesign siamo molto sensibili a questo argomento, motivo per cui puoi trovare sul nostro catalogo molti capi d’abbigliamento sostenibili cliccando qui.

B. MODA BIOLOGICA

La moda biologica è la produzione di capi d’abbigliamento realizzati solo con fibre tessili naturali come il cotone organico, la lana, il lino, la canapa e la seta. Ci sono anche piccole start-up che stanno promuovendo nuovi modelli organici di concepire la moda come ad esempio capi fatti dalle bucce d’arancia o di mais (in questo caso, moda organica). Queste tecniche vengono utilizzate anche per le produzioni di accessori come shopper o ventine per la pioggia. Nel nostro catalogo prodotti puoi trovare anche questi. Qui il poncho in amido di mais, incredibile vero?

C. MODA ETICA

C’è un’ultima importante differenziazione all’interno di questo grande argomento. Quando parliamo di moda sostenibile intesa come moda etica, ci riferiamo in poche parole all’abbigliamento etico e sostenibile. Qui il valore principale è la sostenibilità nei confronti delle persone. Un capo d’abbigliamento eticamente sostenibile infatti garantisce una equa remunerazione dei dipendenti, si schiera in prima linea contro lo sfruttamento minorile e favorisce il commercio equo valorizzando i territori del terzo mondo e le loro materie prime. Il commercio equo solidale/etico, oltre che nell’abbigliamento si è espanso anche a livello di oggettistica/cartoleria. Siamo fieri e orgogliosi di proporre articoli così nel nostro catalogo. Ad esempio a questo link puoi trovare dei bellissimi braccialetti fatti a mano dalle popolazioni nepalesi.

La moda etica è diventata importante negli anni ’90 a causa di alcuni eventi spiacevoli da parte di 3 delle più importanti multinazionali. Nel 92 infatti si venne a scoprire che Levis sottopagava i propri dipendenti, nel ’96 Nike è stata accusata di servirsi di lavoro minorile (nonostante le sue continue campagne proprio contro lo sfruttamento minorile) e nel 98 toccò anche ad Adidas, che venne scoperta sottoporre i prigionieri politici in Cina ai lavori forzati in cambio di pochissimi soldi.

Ecosostenibilità e brand: il buon esempio

foto scatola scarpe gucci con scarpe come esempio di brand che ha avuto certificazione di moda sostenibile

Quando parliamo di ecosostenibilità e brand non ci sono però solo brutte notizie. Infatti, per fortuna, gli aneddoti appena raccontati risalgono ad ormai più di 25 anni fa.

Al giorno d’oggi anche grandi aziende si stanno battendo nella produzione di abiti sostenibili. Questo anche perché il loro modo di fare moda stava diventando un grande danno per la loro brand image ed hanno così deciso di rivedere sostanzialmente le loro policy. Altro importante motivo che le ha spinte ad impegnarsi su questo fronte è per la responsabilità sociale d’impresa (di cui abbiamo parlato in quest’articolo)

Tra questi, due famosissimi marchi (Gucci e Chopard) hanno anche ricevuto l’Eco-Age-Brandmark*, un importante riconoscimento per il loro impegno verso la sostenibilità. (*Il GCCBrandmark® è garante di eccellenza sostenibile e viene assegnato quando sono soddisfatti gli standard sociali ed etici di riferimento per un prodotto o una collezione»)

Altro Brand in prima linea per la produzione di abbigliamento sostenibile è Patagonia. Questa la mission del marchio:

“Noi di Patagonia sappiamo perfettamente che tutta la vita sulla Terra rischia l’estinzione. Vogliamo utilizzare tutte le risorse che possediamo – il nostro business, i nostri investimenti, la nostra voce e la nostra immaginazione – per far sì che ciò non accada”.

Per fortuna, nel tema sostenibilità e brand, lo status quo sembra non fare grande differenza. Stanno infatti nascendo sia brand di abbigliamento di lusso ecosostenibile sia quelli di moda sostenibile economica.

Futuro e Fast Fashion: 1 a 0

ragazza che manifesta per la fashion revolution con cartello in mano

La partita tra futuro e fast fashion sembra essere appena cominciata. Come tutte le grandi rivoluzioni però, bisogna muoverla e sostenerla dal basso. È importantissimo infatti che ognuno di noi dia il proprio contributo.

Come? Essendo in primo luogo consapevoli delle scelte che facciamo. Will media ci dà dati rincuoranti. Come leggiamo dai loro sondaggi infatti il 38% dei loro follower valuta le scelte etiche del brand prima di acquistare un vestito e il 52% di loro ha acquistato un abito di seconda mano. Ancora più rincuorante apprendere (sempre da loro fonti) che nel 2019, l’ha fatto anche il 40% della Gen-Z.

Prendiamo quindi il bello dei periodi di crisi come questo. “Nella storia della moda le crisi sono sempre state opportunità di innovazione. La pandemia può catalizzare la nuova rivoluzione: quella della moda sostenibile”. (Fonte Will Media)

Prima di concludere è importante parlare di “Fashion Revolution“, un movimento nato da una tragedia. Nasce infatti Il 24 Aprile 2013 dopo che 1133 persone sono morte a causa del crollo del complesso produttivo di Rana Plaza, a Dhaka, in Bangladesh.

The Fashion Revolution è un movimento che si batte per un’industria della moda che rispetti le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto in egual misura.

Martina Spadafora, coordinatrice italiana del movimento ci aiuta ad entrare ancora meglio nell’ottica di questa bellissima impresa: “Fashion Revolution vuole essere il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente. Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo”.